1854: quando a Torino si moriva di colera

7 Marzo 2020
Fonte: Distretto d'Italia

Proponiamo questa lettura tratta dalla Vita di San Giovanni Bosco, scritta da don G.B. Lemoyne (ed. SEI, v. I, p 484 e ss.). Vi si racconta del terribile colera che funestò Torino nel 1854. Una sola osservazione: il clero Subalpino (e perfino la Municipalità...) credeva all'efficacia delle preghiere...

[...] Il dì seguente, 15 agosto [1853], festa di Maria SS. Assunta in cielo, Don Alasonatti inaugurava il suo ministero sacerdotale in Valdocco coll'assistere un coleroso. Da due settimane, a Torino, era apparso il colera! . Don Bosco l'aveva preannunziato. Fin dal mese di maggio aveva detto ai giovani chiaramente che il colera sarebbe giunto a Torino e vi avrebbe fatto strage ed aveva soggiunto: - Voi state tranquilli: se farete quanto vi dico, sarete salvi da quel flagello. - Che cosa dobbiamo fare? - gli avevano chiesto i giovani. - Prima di tutto vivere in grazia di Dio; portare al collo una medaglia di Maria SS. che io benedirò e darò a ciascuno e a questo fine recitare ogni giorno un Pater, Ave, Gloria coll'Oremus di S. Luigi e la giaculatoria: Ab omni malo libera nos, Domine. - Era una conferma della pia pratica iniziata l'anno precedente l'accennato scoppio della polveriera.

Il colera-morbus, dopo aver percorso varie contrade, aveva invaso anche la Liguria e il Piemonte. Nei primi giorni dell'infezione quanti erano i colpiti, tanti erano i morti; appresso su cento casi si avevano in media sessanta decessi. S'immagini lo sgomento generale, che appariva dal cessare del commercio, dal chiudersi delle botteghe, dal fuggire che molti facevano dal punto invaso. Fomentava questo spavento il non conoscere alcun rimedio pel morbo e la persuasione che esso fosse non solo epidemico, ma contagioso. Nel basso popolo aggiungevasi il pregiudizio che i medici somministrassero agli ammalati una bibita avvelenata, chiamata in Torino acquetta, allo scopo di farli morire più presto e così distornare più facilmente il pericolo per sé e per gli altri.

Il 25 luglio, all'annunzio dei primi casi in Torino, il Ministro dava norme di precauzione al Vicario Generale, perché il Clero venisse in aiuto alle autorità civili nell'esecuzione degli ordini emanati. I Parroci obbedirono, il Clero si disse pronto, e i Religiosi di S. Camillo, i Cappuccini, i Domenicani, gli Oblati di Maria si offersero per l'assistenza dei colerosi. Il Municipio stesso, appena comparve imminente lo scoppio del flagello, diede uno splendido esempio di pietà. Dopo avere adottato le dovute misure sanitarie, volle far ricorso alla Regina del Cielo, ed ordinò una funzione religiosa nel Santuario di Maria SS. Consolatrice pel mattino del 3 agosto; e ad essa, insieme con un'immensa folla di fedeli, prese parte un'apposita rappresentanza del Consiglio municipale. Il Sindaco ne dava comunicazione all'Autorità Ecclesiastica con queste nobili parole: "Il Consiglio delegato, interprete del voto della popolazione. di questa Capitale, nella circostanza della temuta invasione del colèra asiatico, ha assistito stamane ad una Messa, susseguita da Benedizione, nella Chiesa della Beata Vergine della Consolata, onde impetrarne il patrocinio". E la Beata Vergine non sdegnò queste suppliche, poiché la terribile malattia, contro ogni aspettazione, infierì assai meno in Torino, che in tante altre città e paesi d'Europa, d'Italia e dello stesso Piemonte.

Ciò nonostante, i casi da uno salirono a 10, a 20, a 30 e poi sino a 50 e 60 al giorno. Dal 1° agosto al 21 novembre la città coi sobborghi e il territorio ebbe circa 2500 casi e 1400 vittime. La regione più afflitta fu quella di Valdocco, dove nella sola parrocchia di Borgo Dora in un mese furono 800 i colpiti e 500 i morti. Vicino all'Oratorio si ebbero varie famiglie, non solo decimate, ma affatto distrutte. Nelle case Filippi, Moretta, Bellezza, e in quella dell'osteria del Cuor d'oro, cioè nelle case vicine all'Oratorio, morirono in brevissimo tempo oltre quaranta persone.

Quando si sparse la notizia che il morbo cominciava a serpeggiare, anche il Venerabile si mostrò un amorosissimo padre. Per non tentare il Signore, usò ogni possibile mezzo di precauzione, suggerito dalla prudenza, e dall'arte; e fece ripulire il locale, aggiustare altre camere, diminuire il numero dei letti nei dormitori e migliorare il vitto, sobbarcandosi a gravissime spese. Ma non pago dei provvedimenti terreni, si appigliò di gran cuore ad altri di gran lunga più efficaci. Fin dai primi giorni del pericolo, prostrato dinanzi l'altare faceva questa preghiera al Signore: "Mio Dio, percuotete il pastore, ma risparmiate il tenero gregge"; e rivolgendosi alla Beatissima Vergine soggiungeva: "Maria, Voi siete madre amorosa, e potente; deh! Preservatemi questi amati figli, a qualora il Signore volesse una vittima tra noi, eccomi pronto a morire, quando e come a Lui piace".

Il sabato 5 agosto, festa della Madonna della Neve, raccolse i ricoverati attorno a sé, e annunziando la comparsa del flagello raccomandava a tutti sobrietà, temperanza, tranquillità di spirito e coraggio, e insieme confidenza in Maria Santissima, e una buona confessione e una santa comunione. "Causa della morte - soggiungeva - è senza dubbio il peccato. Se voi vi metterete tutti in grazia di Dio e non commetterete alcun peccato mortale, io vi assicuro che niuno di voi sarà tocco dal colèra; ma se mai qualcuno rimanesse ostinato nemico di Dio, e, quel che è peggio, osasse offenderlo gravemente, da quel momento io non potrei più essere garante né di lui, né per qualunque altro della Casa".

E' impossibile esprimere l'effetto prodotto nei giovani da queste parole. Parte di quella medesima sera, parte all'indomani, tutti andarono a gara per accostarsi ai Sacramenti e la loro condotta divenne da quel giorno di tale esemplarità, che non si sarebbe potuto desiderar migliore. Ogni sera molti circondavano il Venerabile per esporgli i propri dubbi o manifestargli le piccole mancanze della giornata, sicché Don Bosco era costretto a starsene un' ora e talvolta anche più ad udire l'uno e l'altro, assicurando, incoraggiando, consolando.

Egli intanto s'era dato ad assistere con eroica abnegazione gli appestati. Mamma Margherita, che in varie circostanze aveva mostrato tanta trepidazione per la vita del figlio, dichiarò esser doveroso per lui l'affrontare il pericolo. Il Municipio aveva aperto alcuni lazzaretti per raccogliere i colerosi, che non avevano mezzi di assistenza e di cura nella propria casa. Due di questi ospedali vennero improvvisati in Borgo S. Donato, che allora faceva parte della Parrocchia di Borgo Dora; ed uno venne stabilito ov'è il Ritiro di San Pietro ed in una casa attigua, e di questo l'assistenza spirituale fu affidata a Don Bosco.

Ma se al Municipio era tornato facile l'aprire i lazzaretti, era oltre modo difficile il trovar persone, anche stipendiate, le quali volessero prestarsi a servire gli ammalati, tanto nei lazzaretti che nelle case private. Anche i più coraggiosi, temendo di contrarre il male, si rifiutavano di esporre a cimento, la propria vita. Di fronte a quella mancanza, balenò alla mente del Santo una coraggiosa idea. Impietosito alla vista dell'estremo abbandono in cui si trovavano non pochi colerosi, radunò i suoi giovani, espose lo stato miserando in cui quelli si trovavano, esaltò il grande atto dì carità di consacrarsi in loro sollievo, disse aver il Divin Salvatore assicurato di riguardare come fatto a sé ogni servizio prestato agli infermi; soggiunse come in tutte le epidemie e nelle stesse pestilenze vi furono sempre cristiani generosi i quali sfidarono la morte a lato degli appestati, com'allora il Sindaco si raccomandasse per avere infermieri e assistenti, ed egli e il caro D. Alasonatti ed altri sacerdoti si fossero già esibiti, e finì coll'esprimere il vivo desiderio che anche alcuni di loro gli divenissero compagni in quell'opera di misericordia. Tutti i giovani ascoltarono religiosamente l'invitò e, mostrandosi figli degni di un tal padre, quattordici diedero subito il nome perché fosse consegnato alla commissione sanitaria, ed altri trenta dopo pochi giorni ne seguivano l'esempio.

Chi considera il terrore che padroneggiava gli animi e riflette alla naturale timidezza della gioventù, non può non ammirare questo eroico slancio dei figli di Don Bosco, il quale ne pianse di consolazione, e date loro alcune norme affinché le comuni sollecitudini tornassero vantaggiose e al corpo e all' anima dei colpiti dal terribile male, li slanciò all'opera pietosa. Quando si seppe che i giovani dell'Oratorio si erano consacrati a questa nobile impresa, le domande per averli si moltiplicarono talmente che loro non fu più possibile attenersi a nessun orario. Giorno e notte, al pari di Don Bosco, essi pure furono in moto. Qualche giorno avevano appena tempo di scendere a Valdocco per prendere un boccon di pane e talvolta furono costretti a cibarsene nelle case stesse dei colerosi; poiché, se da principio non avevano mancato di usarsi ogni doveroso riguardo, in seguito non pensarono più che ai loro infermi, lasciando la cura di se stessi alla Divina Provvidenza. Né l'opera di Don Bosco e degli alunni dell'Oratorio fu soltanto personale; ma, quantunque poveri, poterono provvedere anche materialmente a molti malati. Quando avveniva di trovare un infermo che mancasse di lenzuola, di coperte o di camicia, correvano a mamma Margherita e la caritatevole donna somministrava prontamente gli oggetti secondo il bisogno.

Ben presto, con tanta larghezza, si giunse a non aver più nulla fuori di ciò che si aveva indosso; e precisamente in quella condizione di cose un giovane infermiere corse a raccontare alla buona Margherita, come un povero malato, colto allora allora dal terribile morbo, si dimenasse in un misero giaciglio senza lenzuola. In ansia si fruga e nulla si rinviene fuorché una tovaglia da tavola: − Prendi e corri! esclama tosto Margherita; non abbiamo più nulla! Ma ecco che si presenta un secondo chiedendo ancora qualche cosa; e che fa quella donna incomparabile? Vola a prendere una tovaglia della mensa dell'altare, un amitto, un camice, e con licenza di D. Bosco dà in elemosina anche quegli oggetti di chiesa. E non fu una profanazione, ma un atto di squisita carità, poiché quei lini benedetti ricopersero le nude membra di Gesù nella persona di un coleroso!