La battaglia per la messa (1/3): i primi a resistere

Fonte: FSSPX Attualità

Le giovani generazioni conoscono poco la battaglia condotta dai loro predecessori per preservare la Messa tradizionale. Attraverso la testimonianza di un laico impegnato in questa resistenza – persona che l’autore ha conosciuto personalmente – viene ripercorsa la fase iniziale di una lotta portata avanti da sacerdoti e famiglie cattoliche.

Il signor Vincent richiude il computer dopo aver preso conoscenza delle ultime notizie, in particolare delle pene canoniche pronunciate da Roma in seguito alle consacrazioni del luglio 2026. Si esigeva di nuovo l’accettazione del Vaticano II e della messa nuova per essere in piena comunione con Roma. Tutto questo lo riportava indietro di cinquant’anni, alle ordinazioni del 1976, durante la famosa “estate calda”, e anche più lontano, all’inizio di quella “battaglia della messa” alla quale aveva avuto il privilegio di partecipare.

A quell’epoca, il signor Vincent era abbonato a Itinéraires, come molti cattolici di spirito tradizionale della sua generazione. Aveva letto con interesse, nel numero di dicembre 1969, l’editoriale di Jean Madiran intitolato Un piccolo libro rosso. Il grande giornalista scriveva a proposito del programma degli autori e dei promotori della messa nuova: «Un catechismo nuovo perché il mondo è nuovo; una messa nuova perché il mondo evolve. Sotto il nome ancora conservato di “cattolico”, insegnano la religione del mondo… Scandalo per la fede. Mistero di iniquità».1

Il signor Vincent aveva frequentato gli ambienti della Cité catholique. Conosceva dunque bene l'idea di Rivoluzione e aveva capito che la messa nuova ne era, ahimè, un elemento. La rivoluzione liturgica faceva infatti parte del programma dei modernisti che si erano infiltrati nella Chiesa.

Nello stesso numero di Itinéraires, Jean Madiran pubblicava la lettera del cardinale Ottaviani a Paolo VI, che chiedeva l'abrogazione del Novus Ordo Missae, perché questo «si allontana in modo impressionante, nell'insieme come nei particolari, dalla teologia cattolica della Santa Messa». Il Breve esame critico che accompagnava questa lettera sarebbe diventato una delle armi preferite dei laici impegnati nella battaglia per la messa. Jean Madiran esortava i suoi lettori: «Bisogna studiare a fondo il Breve Esame, studiarlo personalmente, farlo studiare nei circoli, diffonderlo tra i fedeli».2

Il signor Vincent lesse con interesse anche la famosa dichiarazione di padre Calmel. Pubblicata nel gennaio 1970, nel numero successivo di Itinéraires, nel momento in cui la messa nuova cominciava a imporsi in Francia, era inequivocabile: «Rifiuto l'Ordo Missae di Paolo VI». Perché? Il domenicano spiegava: «Ritengo mio dovere di sacerdote rifiutare di celebrare la Messa in un rito equivoco […] rito nuovo che favorisce la confusione tra la Messa cattolica e la Cena protestante».

Jean Madiran faceva precedere questa dichiarazione da un articolo di quasi quaranta pagine: «Il nuovo catechismo e la nuova messa si collocano in questo insieme mobile, plastico, dalle pieghe indistinte, che tende sempre più ad affermarsi come una religione nuova, separata dalla Chiesa di prima del Concilio».3

Lasciare la propria parrocchia per conservare la messa

Una scelta dolorosa si imponeva al signor Vincent. Bisognava seguire la gerarchia della Chiesa nelle novità che introduceva? O restare fedele a ciò che la Chiesa aveva sempre insegnato e praticato prima della riforma?

Padre di famiglia, decise che non poteva più, in coscienza, assistere con la moglie e i figli alla messa nuova, perché riteneva di mettere così in pericolo la propria fede e quella dei suoi. Spiegò loro le ragioni del suo impegno. Questa scelta non fu facile! Dovettero lasciare la parrocchia amata e il suo buon parroco di campagna per assistere alla messa di un "prete refrattario", nel salotto di una casa della città vicina.

Il raccoglimento era reso difficile dal rumore dei bambini. Non c'erano più la bella chiesa, il gregoriano né l'incenso. Ma c'era la messa tridentina, con il suo canone romano e il suo magnifico offertorio, che esprime così bene la dottrina cattolica sul Santo Sacrificio. Solo questo contava! Ancora oggi, il signor Vincent è sorpreso di sentire certi estimatori della "forma straordinaria" giustificare la loro preferenza per il Vetus Ordo con il suo «carattere più contemplativo». Come se si trattasse di una questione di sensibilità personale!

No, per i laici degli anni Settanta che seguivano Jean Madiran nella battaglia della messa, si trattava davvero di una questione di fede. Don Dulac aveva spiegato loro chiaramente su Itinéraires: «Rifiutare un atto pontificio dovrà essere giustificato da ragioni molto gravi, che superano le considerazioni di una semplice preferenza personale».4

La battaglia della messa toccò le famiglie e le cerchie di amici, compresa quella del signor Vincent. Uno dei suoi conoscenti gli obiettò che un Papa aveva il diritto di imporre un nuovo rito con una nuova legge liturgica. Dopotutto, ciò che aveva fatto san Pio V, non poteva farlo anche Paolo VI?

Il nostro uomo gli rispose in una lettera: «La Tradizione ci insegna che la liturgia è l'espressione del dogma, e questa definizione è combattuta, già da tempo, e in particolare oggi, da una concezione normativa della legge che pretende che la liturgia dipenda interamente dal diritto positivo, per cui la liturgia non sarebbe che un ramo della disciplina e cambierebbe con la regolamentazione. Ed è proprio questo l'errore. Si impone oggi, per legge, una via che allontana i fedeli dalla Tradizione».

Paolo VI non poteva svincolarsi dalla Tradizione e dai riti di sempre per creare una nuova messa. La liturgia doveva restare l'espressione fedele della fede cattolica. Ora, gli uomini che avevano elaborato il nuovo messale erano ideologicamente contrari alla Tradizione. Potevano non scrivere il rito di una religione nuova? È, ahimè, ciò che avevano fatto.

Dai salotti alle prime cappelle

Dopo qualche tempo, i fedeli che si riunivano nei salotti degli uni e degli altri comprarono un vecchio capannone. Lo adattarono a cappella di fortuna per il sacerdote che percorreva chilometri ogni domenica per celebrare per loro la santa messa.

Bisogna rendere omaggio a quei parroci, a volte soli di fronte alla massa dei loro confratelli e alla loro gerarchia, che rimasero fedeli alla messa del loro sacerdozio. Solo più tardi la Fraternità San Pio X venne a prendere il testimone. Tuttavia, la reputazione di mons. Lefebvre suscitava già grandi speranze. I fedeli dell'inizio degli anni Settanta speravano tutti di avere un giorno i sacerdoti di Écône.

Questi sacerdoti in talare sarebbero venuti a fondare dei priorati, che avrebbero potuto diventare come "parrocchie di supplenza", per sostituire quelle che i fedeli erano stati costretti a lasciare. Nell'attesa, i coraggiosi laici mantenevano a forza di braccia le loro piccole isole di Tradizione, perdute nel mare modernista. Inviavano offerte al "seminario selvaggio", come lo chiamavano i vescovi di Francia.

Mons. Lefebvre li ringraziava e li incoraggiava. Il signor Vincent ha così conservato gelosamente una lettera in cui l'arcivescovo si rallegrava di apprendere che la «vera messa» veniva offerta nella loro piccola comunità, vero avamposto della Tradizione.

Il ruolo decisivo degli scrittori cattolici

Nei primi anni furono soprattutto i laici a scendere in campo. Ci fu naturalmente Jean Madiran, al quale dobbiamo tanto, ma anche altri grandi scrittori che si unirono a lui in questa nobile causa.

Henri Charlier scrisse su Itinéraires che la messa nuova rappresentava «una nuova teologia che contraddice quella che la Chiesa ha sempre seguito fin dagli Apostoli». Secondo lui, «si vuole portare un cambiamento di fede cambiando la liturgia».5 

Louis Salleron pubblicò sulla stessa rivista una serie di tre articoli particolarmente illuminanti: «In che cosa la Messa Nuova è equivoca», «In che cosa favorisce l'eresia» e «In che cosa è un fallimento». Anche Marcel De Corte prese posizione a favore di quella che allora veniva chiamata la «messa di san Pio V».

Questi articoli, potenti, profondi e soprattutto veri, furono un aiuto prezioso, come una luce nella notte, per i cattolici decisi a non abbandonare la battaglia.

I giovani di oggi non immaginano affatto che cosa fu la persecuzione dei buoni sacerdoti che rifiutarono il Novus Ordo per restare fedeli alla messa della loro ordinazione, quella che chiamavano la «messa di sempre». Decine di parroci furono allontanati dalla loro parrocchia o messi in pensione anticipata. Alcuni furono addirittura colpiti da sanzioni canoniche.

Padre André, missionario spiritano in Martinica, in Guinea-Conakry e in Argentina, ne offre un bell'esempio. Indirizzò a Papa Paolo VI una supplica il cui nucleo stava in una frase: «La mia coscienza mi impedisce di dire una messa che, prima o poi, farà perdere la fede ai miei fedeli». Il Papa rifiutò di concedergli l'indulto richiesto. Il povero sacerdote dovette lasciare i suoi parrocchiani argentini e, con la morte nel cuore, tornare in Francia.

Per soccorrere i sacerdoti tradizionalisti, «perseguitati e spesso lasciati a se stessi dai loro vescovi», diceva, padre André fondò l'Association Noël Pinot, che arrivò a riunire fino a 750 membri. E non fu il solo ad agire.

Formarsi per trasmettere la fede

Il signor Vincent capiva quanto fosse importante che i laici possedessero una solida formazione dottrinale per condurre questa battaglia. Con alcuni amici, fondò un circolo in cui le coppie si riunivano ogni lunedì sera per studiare le grandi encicliche dei Papi e opere come Pour qu'Il règne ("Perché Egli regni") di Jean Ousset, il famoso «PQR». Questa formazione era accompagnata da letture destinate a nutrire la vita spirituale, in particolare le epistole di san Paolo, studiate con l'aiuto del commento di dom Delatte.

Il nostro uomo non aveva ancora quarant'anni quando scoppiò questa terribile crisi della Chiesa. Gli costava dedicare una parte del fine settimana a preparare la sua conferenza settimanale, anziché trascorrere quel tempo con la moglie e i figli piccoli. Ma nessun sacrificio gli sembrava troppo grande. In realtà, ciò che faceva, lo faceva per loro! La posta in gioco era alta: assicurare la trasmissione della fede integrale e preservare un piccolo nucleo di famiglie dal contagio del modernismo che imperversava nelle parrocchie.

Il buon padre Calmel continuava a incoraggiare i fedeli attraverso i suoi articoli su Itinéraires. Il grande domenicano ricordava loro il doloroso dovere di obbedire a Dio piuttosto che agli uomini: «La nostra resistenza è difficile perché ci obbliga a dire no al Papa stesso a proposito della Messa Nuova, ma questa resistenza rispettosa è comandata dalla nostra fedeltà alla Tradizione… La nostra posizione è sostenibile solo se abbiamo un'anima da martiri. Non è simpatico, ma è l'amore di Dio che ci chiede questo: una testimonianza così dura, così logorante, con tutti i falsi problemi di autorità e di obbedienza. È l'amore di Dio che ha fatto i martiri, i testimoni della fede. La nostra testimonianza, il nostro combattimento, è mantenere il rito fedele. Essere confessori della fede ai nostri tempi è un grande onore che Dio ci fa».

Questo fu il signor Vincent: un combattente della fede in questi primi anni, fino al 1974. Quell'anno, nel mese di novembre, la battaglia della Tradizione avrebbe preso una nuova piega.

Marie de Clermont

  • 1

    Jean Madiran, Itinéraires, n° 138, p. 15. 

  • 2

    Jean Madiran, Itinéraires, n° 142, p. 17. 

  • 3

    Jean Madiran, Itinéraires, n° 139, p. 38. 

  • 4

    Don Dulac, Itinéraires, n° 146, p. 89. 

  • 5

    Henri Charlier, Itinéraires, n° 168, p. 132.