Il Cardinal Müller e il minimalismo mariano di Mater Populi Fidelis

Fonte: Distretto d'Italia

La triste nota dottrinale, Mater Populi Fidelis, promulgata un anno fa dal Dicastero per la Dottrina della Fede e approvata da Leone XIV, sminuisce la grandezza della Santa Vergine negandole la Corredenzione (ossia la sua partecipazione all’acquisizione delle grazie della nostra salvezza per i meriti della sua Compassione) come anche la sua Mediazione universale nella dispensazione delle grazie. Non stupisce il fatto che il cardinal Fernández neghi questa dottrina tradizionale, data la scarsa credibilità dottrinale e autorità morale del prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, malgrado l'alto ufficio che ricopre. Invece, più di un cattolico si stupirà nell'apprendere che il cardinal Müller – il quale negli ultimi anni si è guadagnato la fama di difensore della fede grazie ad alcune sue lodevoli prese di posizione su altri temi – abbia espresso sulla Santa Vergine opinioni poco conformi all'insegnamento perenne del Magistero. Egli si è dichiarato nettamente contrario alla dottrina della Corredenzione e ha scritto pagine ambigue sul dogma della Verginità perpetua.

 

È “esagerare indebitamente per excessum” affermare che Maria è la nostra Corredentrice?


In un libro pubblicato nel 2017, il cardinal Müller, allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, rifiuta il titolo di Corredentrice, a causa della dottrina che la sottende:

«I teologi e i predicatori devono evitare specialmente due rischi: da un lato, quello di esagerare indebitamente per excessum, attribuendo alla Vergine ciò che non le è attribuibile (ad esempio, la Chiesa, malgrado il posto privilegiato occupato da Maria nell'opera della salvezza, non la chiama "corredentrice", poiché l'unico Redentore è Cristo ed ella stessa è stata redenta sublimiori modo, come afferma Lumen gentium [n. 53], e serve tale redenzione compiuta esclusivamente da Cristo); e dall'altro, quello di negarle per defectum i privilegi unici che le spettano per disposizione divina (Lumen gentium, n. 67) — vale a dire dogmi quali l’Immacolata Concezione, la maternità divina, la verginità perpetua e l'Assunzione in corpo e anima alla gloria celeste».1

Secondo il cardinal Müller, non si può concedere alla Santa Vergine il titolo di Corredentrice senza peccare per eccesso. La dottrina che giustifica la Corredenzione si opporrebbe all'unicità della salvezza in Gesù Cristo – l'unico Redentore che opera da solo la redenzione del genere umano – e sarebbe inconciliabile con la verità dogmatica secondo cui Maria stessa fu redenta da Cristo, sebbene in modo più sublime (mediante la sua Immacolata Concezione). Egli nega dunque esplicitamente la dottrina della Corredenzione, poiché essa implicherebbe un'esagerazione; ed è per questo motivo che, a suo avviso, tale titolo non sarebbe autorizzato dalla Chiesa.

Le ragioni addotte dal cardinal Müller per rifiutare tale titolo non differiscono sostanzialmente da quelle sostenute dal Dicastero per la Dottrina della Fede in Mater Populi Fidelis; pertanto, le critiche che si possono muovere a questa nota dottrinale si applicano anche al cardinale. Anche Mater Populi Fidelis sostiene che attribuire questo titolo a Maria contrasterebbe con l’unicità della salvezza in Gesù Cristo (cfr. nn. 47-48) e afferma inoltre che il fatto che ella stessa sia redenta, benché in modo unico, implicherebbe l’impossibilità per Maria di contribuire con i propri meriti alla redenzione altrui (cfr. nn. 33 e 67).

Tuttavia, che l’unicità della salvezza in Gesù Cristo non sia affatto messa in discussione dal privilegio della Corredenzione emerge chiaramente dall’insegnamento del Magistero: «[Maria] è stata associata da Gesù Cristo nell'opera di redenzione, Ella ci procura de congruo, come dicono i teologi, ciò che Gesù Cristo ci ha procurato de condigno ed è la suprema dispensatrice di grazie» (san Pio X, Ad diem illum). In altre parole, se soltanto Cristo, con la sua Passione, ha meritato per giustizia (de condigno) la nostra salvezza, ciò non impedisce affatto che alla carità ineffabile esercitata da sua Madre nella sua Compassione la liberalità divina abbia voluto attribuire un valore meritorio di convenienza (de congruo) — subordinato a quello del Figlio — nell’opera della nostra redenzione. È proprio questa nozione di merito di convenienza, pure chiaramente insegnata da san Pio X, a mancare sia nelle affermazioni del cardinal Müller sia nel documento Mater Populi Fidelis. Questo stesso insegnamento del Magistero fu omesso anche nel capitolo 8 di Lumen gentium, che tratta della cooperazione singolare della Madonna all’opera della nostra salvezza; e poiché il cardinal Müller aderisce alla lettera e allo spirito del Concilio, così come gli autori di Mater Populi Fidelis, non sorprende che vi sia accordo tra loro su tale questione. Ma come è possibile affermare veramente «il posto privilegiato di Maria nell’opera della salvezza» trascurando al contempo la nozione di merito di convenienza da parte della Madre di Dio nell’opera della nostra redenzione?

Inoltre, l’insegnamento perenne del Magistero ci insegna che l’Immacolata Concezione, per mezzo della quale Maria fu redenta in modo unico, non impedisce affatto che ella abbia potuto contribuire con i suoi meriti alla redenzione del resto del genere umano. Al contrario, il privilegio dell’Immacolata Concezione le fu concesso proprio affinché i suoi meriti potessero essere associati a quelli di Cristo nell’opera della nostra redenzione. Tale ragion d’essere della sua Immacolata Concezione è implicita in san Pio X: «se la Vergine è stata resa immune dalla macchia originaria, è perché doveva essere la Madre di Cristo: ora Ella fu Madre di Cristo perché le nostre anime potessero risorgere alla speranza» (Ad diem illum). E questa finalità è espressa ancora più chiaramente da Pio XII: 

«Ella fu che, immune da ogni macchia, sia personale sia ereditaria, e sempre strettissimamente unita col Figlio suo, Lo offrì all’eterno Padre sul Golgota […] per tutti i figli di Adamo contaminati dalla miseranda prevaricazione del progenitore. Per tal modo, Colei che quanto al corpo era la madre del nostro Capo, poté divenire, quanto allo spirito, madre di tutte le sue membra» (Mystici Corporis).

Maria fu redenta in modo più sublime per essere, non soltanto la degna Madre di Dio, ma anche la Madre degli uomini, vale a dire la loro Corredentrice, in modo tale che ella «ha redento con Cristo il genere umano» (Benedetto XV, Inter sodalicia). Opponendosi a questo insegnamento, il cardinal Müller concorda, anche in questo caso, con Mater Populi Fidelis: nei due casi viene omessa la distinzione, pure fondamentale, tra la grazia dell’Immacolata Concezione, che Maria non ha meritato, e le grazie salvifiche che, in virtù dei suoi meriti di convenienza, ella ha potuto ottenere in seguito per il resto del genere umano. Ma ammettere il fatto della sua Immacolata Concezione, omettendone la ragion d’essere, non vuol dire proprio «negarle per defectum» la finalità che Dio aveva in vista nel concederle questo privilegio unico, vale a dire la sua Maternità divina e corredentrice?

 

È “esagerare indebitamente per excessum” affermare stricto sensu la verginità in partu?


Se le affermazioni del cardinal Müller sulla cooperazione di Maria all’opera della salvezza sono discutibili, vi sono altri elementi preoccupanti nella sua dottrina mariana. Più gravi della negazione della Corredenzione, dottrina insegnata ma non ancora definita solennemente dal Magistero, sono infatti le sue affermazioni sulla Verginità perpetua, la quale costituisce invece un dogma di fede. Il Magistero afferma infatti chiaramente che la sua Verginità è perpetua in quanto Maria rimane integra e inviolata prima, durante e dopo la nascita del nostro Salvatore. 

Eppure, ecco delle inquietanti affermazioni del cardinal Müller riguardo proprio alla verginità di Maria in partu, durante la nascita di Gesù:

«Non si tratta di fenomeni che si discosterebbero dalle caratteristiche fisiologiche naturali del parto (come la mancata dilatazione delle vie di espulsione, l’integrità dell’imene e l’assenza dei dolori); si tratta dell’influsso salvifico della grazia redentrice del Salvatore sulla natura umana, che era stata “ferita” dal peccato originale. La professione di fede non verte dunque su dettagli somatici fisiologicamente ed empiricamente verificabili».2

La carità ci spinge a definire tale affermazione soltanto molto ambigua. Tuttavia, il cardinal Müller sembra proprio suggerire che l’integrità fisica durante il parto (definita un semplice «dettaglio somatico») non sia un articolo di fede. Basterebbe dunque attribuire un significato puramente metaforico alla verginità durante il parto? Il cardinale Müller pare sostenere proprio questo. Egli afferma subito dopo che «il contenuto della fede nella Virginitas in partu è ben espresso da Karl Rahner», e cita quest’ultimo: «Ma questa proposizione, che è direttamente intelligibile, non ci offre la possibilità di dedurre, sui dettagli concreti del processo, affermazioni certe e universalmente vincolanti».3 Il cardinal Müller si basa dunque su Rahner come su un'autorità sicura; ora, per quest'ultimo, l'adesione al dogma non implica l'affermazione dell'integrità fisica durante la nascita di Gesù. Che Rahner osi mettere in discussione il senso ovvio dei termini di «integrità corporea» appare chiaro nel passo seguente:

«Cosa comprende effettivamente il concetto di "integrità corporea" e cosa ciò implica? … Ad esempio, la normale dilatazione delle vie genitali durante un parto del tutto sano deve essere considerata una lesione dell’"integrità corporea"? Qualcuno avrà il coraggio di sostenerlo categoricamente?».4

La risposta a questa domanda, da parte dei Padri della Chiesa (come sant'Ambrogio, sant'Atanasio, san Giovanni Crisostomo, san Cirillo di Gerusalemme, san Girolamo, sant'Ilario, sant'Agostino, ecc.), è chiara: essi avevano, sì, il coraggio di sostenere categoricamente, e stricto sensu, l'integrità corporea di Maria durante il parto.5 Per questi Padri, la verginità in partu possiede indubbiamente un significato spirituale, ma questo si fonda sul senso letterale e ovvio che, per loro, non lascia adito a dubbi.

San Bernardo, Dottore della Chiesa, per esprimere questa verginità inviolata durante il parto, questa integrità corporea intesa stricto sensu, questa nascita miracolosa, utilizza una bella immagine: 

«“E la Vergine, dice, si chiamava Maria”. Parliamo un po’ anche di questo nome, che s’interpreta stella del mare, e che conviene perfettamente alla Vergine Madre. Ella infatti è paragonata giustissimamente a un astro, perché come l’astro emette il suo raggio senza alcuna sua alterazione, così la Vergine ha dato alla luce un Figlio senza pregiudizio della sua verginità».6

Infine, il Magistero è chiaro su questo punto, dato che il Concilio Lateranense del 649 dichiara:

«Se qualcuno non confessa secondo i Santi Padri che la santa, sempre vergine e immacolata Maria è veramente e propriamente Madre di Dio, in quanto ha concepito senza seme umano, per opera dello Spirito Santo, lo stesso Verbo di Dio generato dal Padre prima di tutti i secoli, e lo ha generato senza corruzione, rimanendo la sua verginità indissolubile anche dopo il parto, sia anatema».7

L’integrità corporea deve dunque essere intesa «stricto sensu», e si stenta a comprendere come si possa conciliare tale dichiarazione con la posizione di Rahner – e, sulla sua scia, quella del cardinal Müller. Che dire, se non che soltanto la perfidia modernista di un Rahner – sul quale purtroppo il cardinal Müller fa affidamento – può avere l’audacia di pretendere di aderire al dogma della Verginità perpetua, pur rifiutando il senso ovvio della dottrina dei Padri e delle dichiarazioni del Magistero sulla verginità in partu.

Date le sue affermazioni sul «posto privilegiato di Maria nell’opera della salvezza» – che escludono il privilegio della Corredenzione – e sulla sua integrità corporea nel parto – definita un «dettaglio somatico» che non sarebbe oggetto di fede in quanto non «fisiologicamente ed empiricamente verificabile» –, appare chiaro (salvo una netta ritrattazione, che finora non c’è stata) che il cardinal Müller non può fungere da pilastro della fede nella Vergine Maria.

Troviamo, invece, un solido pilastro in san Bernardo, al quale è attribuito il motto «De Maria numquam satis», non si può mai dire abbastanza di Maria. Per esprimere la grandezza dei privilegi che Dio le concede per renderla degna Madre di Dio, questo santo non trova parole adeguate. Questo adagio non significa che le sue perfezioni siano senza misura (cosa che appartiene solo a Dio), ma che esse devono essere misurate sulla sua dignità di Madre di Dio, la quale esige una tale santità, dice Pio IX in Ineffabilis Deus, che «all’infuori di Dio, nessuna mente può riuscire a comprender[ne] la profondità».8 Ovviamente, questo celebre motto mal si concilia con il timore di «esagerare indebitamente per excessum» attribuendole il titolo di Corredentrice e affermandone la verginità perpetua così come la Chiesa l'ha sempre intesa. Al contrario, c'è da temere che il motto più consono alla dottrina mariana del cardinal Müller sarebbe piuttosto «De Maria ne quid nimis»: che non si dica niente di eccessivo su Maria. Ora, dietro l’apparenza di moderazione ostentata dal Cardinale, si cela in realtà un grigio minimalismo, un oscuramento dottrinale. In verità, attribuire a Nostra Signora il titolo di Corredentrice non è affatto eccessivo, bensì si armonizza con la dottrina perenne del Magistero; e professare nel senso più pieno la sua inalterabile integrità verginale non è affatto un’esagerazione, ma corrisponde esattamente all’integrità dogmatica valorosamente difesa dai Padri e chiaramente definita dal Magistero.

Karen Darantière
Organizzatrice del Convegno sulla Corredenzione
(Parigi, maggio 2025)

  • 1

    The Cardinal Müller Report, Ignatius Press, San Francisco 2017, p. 133.

  • 2

    Katholische Dogmatik: Für Studium und Praxis der Theologie, Freiburg, 2003, p. 498. Cfr. l’articolo di don Thierry Legrand, FSSPX, Mgr Gerhard Ludwig Müller, un gardien de la Foi approprié?, pubblicato su La Porte Latine il 1° novembre 2012.  

  • 3

    Katholische Dogmatik, p. 499.  

  • 4

    K. Rahner, “Virginitas in Partu: A contribution to the problem of the development of dogma and of tradition”, in Theological Investigations, vol. 4: "More Recent Writings", Helicon Press 1966, p. 161. 

  • 5

    Ci troviamo dunque di fronte a un caso tipico di verità sostenuta dalla Tradizione. È vero che nessun testo della Scrittura può essere invocato a favore della verginità in partu, se non Lc 2/7, che attribuisce a Maria, subito dopo il parto, il gesto di avvolgere il bambino in fasce: un’allusione non tanto alla verginità, quanto all’assenza di dolori e di sofferenze materiali. È probabilmente questo il motivo per cui tale verità non gode più del favore dei teologi dopo il Concilio Vaticano II: non essendo «biblica», non è neppure ecumenica. Questa Tradizione (quella dei Padri), che afferma la verginità in partu (sebbene vi siano testimonianze contrarie, come quella di Tertulliano, preoccupato di escludere ogni docetismo), è certamente confluita nell'insegnamento del Magistero ordinario della Chiesa. Dalla fine del V secolo non si registrano voci discordanti nella Tradizione. E tale verità della verginità anche al momento del parto è chiaramente affermata dalle diverse liturgie, sia greche che latine (ad esempio, nell'antifona del secondo salmo del terzo notturno per le domeniche di Avvento: «paritura sum regem qui claustrum virginitatis meae non violabit»). 

  • 6

    Secondo Sermone sul Vangelo dell’Annunciazione.

  • 7

    Canone 3 del Concilio lateranense (649) (Dz 503). Gli altri principali testi del Magistero sulla verginità in partu sono i seguenti: il Tomus a Flavianum di san Leon Magno (449): «È stato concepito per opera dello Spirito Santo nel grembo della Vergine Madre, che lo ha dato alla luce preservando la propria verginità intatta proprio come lo era al momento del concepimento» (Dz 299); la Costituzione Cum quorumdam di Paolo IV (1555), che condanna con fermezza chi afferma: «che la beata Vergine Maria non è la vera Madre di Dio e che non è rimasta sempre nell'integrità della verginità, ossia prima del parto, durante il parto e perpetuamente dopo il parto» (Dz 1880); e la Bolla Munificentissimus Deus di Pio XII (1950), che, citando san Giovanni Damasceno, stabilisce la realtà fisica dell’Assunzione a partire dal miracolo fisico dell’integrità verginale: «Era necessario che Colei che aveva conservato intatta la propria verginità nel parto, conservasse il proprio corpo immune da corruzione anche dopo la morte».

  • 8

    Questo motto, rettamente inteso, significa che occorre attribuirle tutte le perfezioni fondate nella Rivelazione, compatibili con la fede e la ragione, e necessarie o convenienti alla sua missione di cooperare all'Incarnazione e alla Redenzione in quanto Madre di Dio e Corredentrice del genere umano.