In morte di Enzo Bianchi. Un ritratto controcorrente
Il 1° settembre, a 83 anni, è morto Enzo Bianchi, fondatore della Comunità “monastica” di Bose e della Fraternità della Madia, e il 3 settembre si sono svolti i funerali, accompagnati dal canto gregoriano secondo la volontà del defunto.
Volto famoso del “cristianesimo” (virgolette d’obbligo) post-conciliare in Italia, Enzo Bianchi ha sempre vissuto appieno il carattere più intimo dell’eresia modernista: l’agnosticismo. In fondo – è quanto emerge dall’analisi di ogni parola uscita dalla sua penna – l’uomo non è realmente in grado di conoscere la verità, entrando nel pieno possesso della certezza e quindi di un’autentica fede. Eppure, come ampiamente prevedibile, a leggere i numerosi elogi pubblici ricevuti, dai cardinali Zuppi e Ravasi ad Alberto Melloni e Matteo Liut, ci troveremmo di fronte a un testimone del Vangelo morto in odore di santità.
Ora, come accade ormai infallibilmente, da qualche decennio a questa parte, ci tocca recitare la parte dei bacchettoni che mettono “i puntini sulle i”. E con “ci”, intendiamo non solo quanti si sentono vicini alla Fraternità San Pio X, ma in generale quanti si confessano ancora “cattolici” in un melting pot di annacquamento vagamente cristiano, catto-liberale et similia… Spiace sinceramente di dover giocare questo ruolo, nel ricordare gli scandali propalati a piene mani ai danni delle anime da una persona appena scomparsa, ma tant’è: a scandalo pubblico conviene correzione pubblica.1Tanto più se perpetrato da personaggi appartenenti alla Chiesa docente che, con i loro panegirici funebri (o funerei), hanno di fatto sposato e confermato il messaggio di Enzo Bianchi.
E qui c’è un primo puntino da mettere a posto: un primo, rilevante problema sta proprio nell’aver alimentato una deleteria confusione tra la figura del monaco consacrato e quella del laico qual era a tutti gli effetti Enzo Bianchi (era spesso definito dai media proprio “monaco laico”). Nell’immaginario collettivo s’imponeva infatti come religioso, con la conseguente percezione generalizzata, almeno nei fedeli più semplici, di una certa autorità o autorevolezza dottrinale di origine “gerarchica”.
Forte di tale percepita autorevolezza, Bianchi ha diffuso per mezzo secolo una specifica prospettiva nel mondo della cultura, cattolica e non: quel circiterismo di ameriana memoria inaugurato ufficialmente nella Chiesa coi documenti del Vaticano II. Si tratta dello stile retorico tipico di ogni modernista, il cui scopo è di “abbattere i bastioni”, per dirla con Von Balthasar, grazie a un linguaggio sfuggente, liquido e perciò – questo è il tratto fondamentale – eminentemente ambiguo. Un linguaggio che si presta a molteplici interpretazioni, ma che nel suo messaggio centrale rivela una visione essenzialmente innovativa ed evolutiva del dogma.
Chi riuscisse a capire, per esempio, quale fosse la convinzione di Bianchi in merito al dogma dell’inferno leggendo un suo articolo apparso su Avvenire,2 sarebbe senz’altro un maestro di ermeneutica. Chi scrive, onestamente, è riuscito a sciogliere il dilemma tra esistenza reale o puramente metaforica. Certo è che nel definirlo un «non-luogo» difficilmente lo si sarebbe potuto conciliare con le parole del Vangelo che parlano di una «risurrezione di condanna»3 per gli empi e i loro corpi riuniti alle anime.
Analogamente, in occasione di una riflessione sulle tentazioni di Gesù nel deserto, ebbe a scrivere: «Gesù persevera nella radicale obbedienza a Dio e al proprio essere creatura, custodendo con sobrietà e saldezza la propria umanità».4 Giochi di equilibrismo, al limite dell’ardimento, tra la natura umana creata e la natura divina increata del Verbo, direbbe un malpensante. Perché legare sintatticamente l’“essere creatura” alla “persona” di Gesù, e non meramente alla sua natura umana, equivale, sempre stando all’ordine oggettivo della sintassi, a una confessione di arianesimo. Ma si tratta appunto di illazioni malpensanti.
Più chiaro, forse, era il suo pensiero a proposito dell’ormai classica commemorazione di Lutero in casa cattolica, quando scrisse: «Il cammino di rilettura della riforma protestante compiuto in questo anno commemorativo ha assunto una forte valenza ecumenica e di riconciliazione, aiutando le chiese a passare “dal conflitto alla comunione”».5 Qui il circiterismo sembrerebbe aprirsi con maggiore franchezza alla rivalutazione della condanna ex cathedra di Lutero. Tanto andava già di moda da un pezzo.
E infatti dove troviamo la massima trasparenza di linguaggio e di pensiero, in Bianchi, è proprio sulla grande causa dell’ecumenismo cui ha del resto dedicato tutta la vita, a cominciare dalla fondazione di Bose, “monastero” ecumenico per eccellenza. Su Repubblica scriveva, a proposito dei protestanti: «Non rinnegano la chiesa che li ha generati a Cristo ma vivono un’appartenenza più ampia. Come Paolo Ricca, come fr. Roger Schutz priore di Taizé che mai si convertì al cattolicesimo come molti desideravano, e non rinnegò la sua origine riformata ma si sentiva appartenente a una comunione cristiana più estesa».6 Siamo in pieno Vaticano II, tra Lumen Gentium e Unitatis Redintegratio. Modernisti e conservatori diranno “che male c’è?”, riconoscendo nel Vaticano II un Concilio Ecumenico (nomen omen) validamente celebrato. Noi cattolici preferiamo attenerci al principio di non contraddizione con 1960 anni di magistero che hanno irrimediabilmente condannato qualsiasi distinzione tra la Chiesa di Cristo e la Chiesa Cattolica, sancendo il principio extra Ecclesiam nulla salus. Ci sembra più sicuro.
Ma fratel Enzo era andato anche un po’ oltre i generici proclami, come quando si sentì di dare il suo personale endorsement niente po’ po’ di meno che ad Hans Küng il turbo-modernista che fu perito al Concilio. «C’è da rallegrarsi», scriveva Bianchi, «a ritrovare nelle librerie un’opera come Essere cristiani di Hans Küng […]. Sì, perché questo testo fa toccare con mano la grande opportunità che non si è saputo o potuto cogliere. […] Poteva innescarsi un dialogo estremamente fecondo all’interno della chiesa stessa, un dialogo magari anche aspro, che avrebbe però arricchito dal di dentro la comunità dei credenti […]».7 «Le posizioni di Hans Küng», chiosava Bianchi, «restano ineludibili ancora oggi e la riflessione teologica ha tuttora da guadagnare a tener conto dell’analisi acuta e tagliente di Küng».
Giusto per rinfrescarci la memoria, Küng era uno strenuo contestatore di alcune bazzecole dottrinali come il dogma dell’infallibilità papale, la figura di Gesù trasmessa dal Vangelo e dalla Tradizione, la distinzione ontologica tra il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale, l’Immacolata Concezione e l’Assunzione di Maria, il celibato sacerdotale, il divieto dell’ordinazione femminile…
Ecco quanto ci sarebbe da guadagnare «a tener conto dell’analisi acuta e tagliente di Küng». Tanto acuta e tagliente da poter, forse, chissà, lacerare la tunica di Cristo? Ah no, quella è la Fraternità San Pio X, per le cui consacrazioni episcopali «la rete della pesca ecclesiale si è spezzata, la tunica è stata strappata».8 Perché secondo Bianchi «invece di nutrire un orgoglio cattolico romano che pretende che la fede sia sempre la stessa», bisogna accettare che «la dottrina consegnata ai fedeli cambia». Sembra di leggere, con altro spirito, la Pascendi di Papa Sarto: «E questa, non pur possibile, ma necessaria evoluzione e mutazione dei dogmi non solo i modernisti l’affermano arditamente ma è conseguenza legittima delle loro sentenze. […] Or tale essendo il valore e la sorte mutevole delle formole dogmatiche, non reca stupore che i modernisti le abbiano tanto in dileggio; mentre al contrario non fanno che ricordare ed esaltare il sentimento religioso e la vita religiosa. Perciò pure criticano con somma audacia la Chiesa, accusandola di camminare fuor di strada, né saper distinguere fra il senso materiale delle formole e il loro significato religioso e morale, e attaccandosi con ostinazione, ma vanamente, a formole vuote di senso, lasciar che la religione precipiti a rovina».9
Ed ecco il giudizio di San Pio X, che cita Gregorio XVI, su questi falsi profeti di una fede evoluzionistica:
«Veramente ciechi e conduttori di ciechi, che, gonfi del superbo nome di scienza, vaneggiano fino al segno di pervertire l’eterno concetto di verità e il genuino sentimento religioso: “spacciando un nuovo sistema, col quale, tratti da una sfrontata e sfrenata smania di novità, non cercano la verità ove certamente si trova; e disprezzate le sante ed apostoliche tradizioni, si attaccano a dottrine vuote, futili, incerte, riprovate dalla Chiesa, e con esse, uomini stoltissimi, si credono di puntellare e sostenere la stessa verità” (Gregorio XVI, Lett. Enc. Singulari Nos, 25 giugno 1834)».10
Affidiamo l’anima di Enzo Bianchi alla misericordia di Dio, senza per questo esimerci dal parlare, come si dice, papale papale.
Vincenzo Gubitosi
- 1
Cfr. Tommaso d’Aquino, In omnes S. Pauli Apostoli Epistolas, “Ad Galatas”, caput II, lectio tertia.
- 2
E. Bianchi, “Inferno, quel fuoco acceso dalla nostra libertà”, in Avvenire, 1 dicembre 2013.
- 3
Gv, 5/30.
- 4
E. Bianchi, “Tentazioni. Gesù, Satana e il potere dell’orgoglio”, in Avvenire, 4 marzo 2012.
- 5
E. Bianchi, “Per la chiesa è sempre tempo di riforma”, in Avvenire, 29 ottobre 2017.
- 6
E. Bianchi, “Una Chiesa senza muri”, in La Repubblica, 19 agosto 2024.
- 7
E. Bianchi, “Hans Küng, l’occasione persa della chiesa”, in La Stampa, 11 marzo 2012.
- 8
Cfr. E. Bianchi, “Rifiutano l’ultimo Concilio, gli altri però li accettano”, in Il Fatto Quotidiano, 2 luglio 2026.
- 9
Pio X, Pascendi Dominici Gregis, “I sette aspetti del modernista”.
- 10
Ibidem.