La “scommessa di Pascal” sulla fedeltà alla Tradizione
Poiché i detrattori della Fraternità San Pio X (rectius: dei cattolici che resistono al modernismo) non vanno mai in vacanza, e questa estate 2026 ne è prova inconfutabile, è bene riprendere alcuni concetti già espressi ad nauseam, ma evidentemente non abbastanza per certi stomaci forti.
«I lor consigli di distruzione non li agitano costoro al di fuori della Chiesa, ma dentro di essa; ond'è che il pericolo si appiatta quasi nelle vene stesse e nelle viscere di lei, con rovina tanto più certa, quanto essi la conoscono più addentro. Di più, non pongono già la scure ai rami od ai germogli; ma alla radice medesima, cioè alla fede ed alle fibre di lei più profonde. Intaccata poi questa radice della immortalità, continuano a far correre il veleno per tutto l'albero in guisa, che niuna parte risparmiano della cattolica verità, niuna che non cerchino di contaminare».
Si parla qui dei modernisti, «fra i nemici della Chiesa i più dannosi», e a parlare non è mons. Lefebvre, ma Papa San Pio X nell’enciclica Pascendi, citata appunto ad nauseam in questo mezzo secolo di eresia dilagante.
Tra Chiesa di Cristo e Chiesa Cattolica, la FSSPX casca in piedi
Torna alla ribalta l’accusa di separazione dall’unica Chiesa visibile, la Chiesa di Cristo nella storia, quella dov’è il successore di Pietro e i Vescovi in comunione con lui. Perché? Perché le consacrazioni di Écône avrebbero spezzato l’unità visibile della Chiesa Cattolica, essendo avvenute contro la volontà espressa del Sommo Pontefice. Non perdiamo tempo a ripetere sempre le stesse risposte a chi pone sempre le stesse obiezioni. Se n’è scritto a iosa.1
Domandiamoci, piuttosto: non dice forse il Concilio Vaticano II che l’azione della Chiesa di Cristo si estende al di là dei limiti della Chiesa Cattolica, laddove si trovano «parecchi elementi di santificazione e di verità» (Lumen Gentium § 8)? E non aggiunge che tale azione della Chiesa di Cristo si realizza, formalmente, anche per mezzo delle comunità separate, di cui «lo Spirito di Cristo non rifiuta di servirsi come mezzi di salvezza» (Unitatis Redintegratio § 3)? Non è stato forse chiarito, dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, che «le Chiese che, pur non essendo in perfetta comunione con la Chiesa Cattolica, restano unite ad essa per mezzo di strettissimi vincoli, quali la successione apostolica e la valida Eucaristia, sono vere Chiese particolari» e perciò «anche in queste Chiese è presente e operante la Chiesa di Cristo» (Dominus Iesus, § 17)? Pertanto, signori conservatori dello status quo modernista, che problema c’è? La Fraternità San Pio X conserva infatti «la successione apostolica e la valida Eucaristia».
Dunque sulla fedeltà alla Tradizione conviene scommettere, direbbe Blaise Pascal. Infatti, se la verità è nella Tradizione, che anatemizza il Vaticano II ante litteram, la Fraternità San Pio X è nella grazia di Dio. In tal caso essa perde le lodi del mondo ma guadagna l’amore di Cristo. Se, viceversa, la verità è nel modernistico Vaticano II, che smentisce la Tradizione, la Fraternità San Pio X è ugualmente nella grazia di Dio, come confermano nero su bianco i documenti stessi del Concilio. In tal caso, infatti, essa perderebbe la “perfetta comunione” ma, sempre secondo il Vaticano II, sarebbe comunque in grado, come ogni altra «comunità separata», di «produrre realmente la vita della grazia» e di «aprire accesso alla comunione della salvezza» (Unitatis Redintegratio, § 3). Come sarebbe possibile, infatti, la “santificazione” e la “vita della grazia” se non nella dimensione dell’amicizia con Dio, cioè, appunto, della grazia santificante?
La “Chiesa conciliare” e la Chiesa Cattolica
Fuor di provocazione, all’accusa di credere in due “Chiese” parallele e coesistenti, quella “tradizionale” e quella “conciliare”, rimandiamo per il dovuto approfondimento al magistrale articolo di don Gleize, Si può parlare di una “Chiesa conciliare”?, del 18 giugno 2020, dove si possono trovare tutti i riferimenti del caso, e di cui riportiamo qui un breve estratto (grassetti nostri):
«Nella misura in cui si è prodotto un “cambio di orientamento” a partire dal Concilio Vaticano II, si parla di Chiesa conciliare. Con tale espressione non si intende indicare una cosa o una sostanza distinta da un’altra e neppure una società distinta da un’altra, bensì uno spirito nuovo, che si è introdotto nella Chiesa contestualmente al Concilio Vaticano II ed ostacola il fine della Chiesa, cioè la Tradizione della sua fede e della sua morale. E quando si dice che questa corrente avversa agisce nella Chiesa, si intende che coloro i quali si uniscono nella ricerca di un fine contrario a quello della Chiesa non hanno manifestamente rotto la relazione che li lega agli altri membri e al loro capo [cfr. l’enciclica Pascendi al passaggio di cui sopra, ndr], nella inclinazione di principio al vero bene comune. […] Non vi sono, quindi, due Chiese; vi è solamente, nel seno della Chiesa, una tendenza antagonista che combatte la Chiesa dall’interno, che cerca di neutralizzarla a suo vantaggio, impedendo il compimento del suo fine. […] Dunque la realtà della Chiesa conciliare è quella di una falsa concezione della Chiesa che si è impadronita degli spiriti degli uomini di Chiesa. Una simile concezione genera cronicamente un contro-governo che paralizza o intralcia il normale funzionamento della società cattolica, impedendo che la Chiesa realizzi il proprio fine. In tal modo, essa interpone degli ostacoli tra la Chiesa e il suo bene, senza però eliminare l’inclinazione radicale della Chiesa a questo bene».
Ecco cosa bisogna rispondere a chi ci accusa di credere in due Chiese parallele (e per ciò stesso di essere scismatici), e di considerarci unici prosecutori della vera Chiesa Cattolica: unici prosecutori sono tutti coloro che, rifiutando gli errori del modernismo, continuano a professare la fede di sempre. Appartengano o meno alla Fraternità San Pio X. Non vi sono due corpi, uno sano e l’altro piagato, ma un solo corpo piagato, dove i veri cattolici costituiscono il sistema immunitario, e i modernisti, che si nascondono «nelle vene stesse e nelle viscere» della Chiesa, il cancro che aggredisce l’organismo che lo ospita. Nostro Signore aveva già vissuto questo mistero nel suo Corpo fisico, durante la Passione, quando i testimoni della sua divinità assistevano alla sua devastazione; oggi lo vive nel suo Corpo mistico, durante la crisi modernistica, quando i testimoni della Tradizione assistono all’«autodemolizione» della Chiesa.
Chi si separa dal Corpo mistico di Cristo?
Preme piuttosto, a questo punto, sottolineare un aspetto che troppo spesso è lasciato in ombra per un malinteso senso di pudore reverenziale verso l’Autorità. Si parla sempre del peccato di scisma come della separazione (di una parte) del corpo dal capo, ossia dei fedeli dal Papa, ma (quasi) mai della forma inversa, cioè della separazione del capo dal corpo, ossia del Papa dai fedeli e dalla Chiesa tutta. Questo perché normalmente il peccato di scisma implica la rottura dell’unità della Chiesa in quanto ordine dei membri al capo. Ma, osserva San Tommaso d’Aquino, l’unità può essere infranta anche in un altro modo, cioè nella relazione dei membri tra di loro.2 Ora, il Papa, prima di essere capo della Chiesa ne è membro, e in questo senso l’ipotesi teologica del Papa scismatico non ripugna nel senso di rottura dell’unità di relazione. Ma anche quanto all’unità di direzione, ossia relativamente al rapporto col capo, non è assurdo ipotizzare nel Papa il peccato di scisma.3 La prevedibile e istintiva obiezione ci porta a chiederci come sia possibile che il Papa si separi in qualche modo da se stesso, come anche dalla Chiesa di cui è il capo, posto che Ubi Petrus, ibi Ecclesia. Abbiamo ripetutamente risposto a questo lacerante interrogativo, da ultimo riproponendo alcuni studi sul tema nel volume Al servizio della Chiesa, edito dalle Edizioni Piane. Riportiamo un breve passaggio chiarificatore:
«“Persona Papæ potest renuere subesse officio Papæ”: “La persona del Papa può rifiutarsi di sottostare al suo dovere di Papa”, scrive il Gaetano, il quale aggiunge che la pertinacia in un tale atteggiamento renderebbe il Papa scismatico “per separationem sui ab unitate Capitis”: per la sua separazione dall’unità del Capo della Chiesa, che è Cristo (Gaetano, Commentaria…, super IIª-IIæ, q. 39, a. 1, n. 6). Quanto all’assioma “dov’è il Papa, ivi è la Chiesa” – precisa il Gaetano – vale quando il Papa si comporta come Papa e Capo della Chiesa; diversamente “né la Chiesa è in lui né egli è nella Chiesa” (Ibidem)».4
Alcuni tra i più grandi teologi di tutti i tempi hanno dunque previsto questa possibilità.
Il Papa potrebbe rompere l’unità della Chiesa, e conseguentemente peccare di scisma, qualora:
- volesse separarsi dal resto della Chiesa scomunicandola in toto;5
- volesse comportarsi da mero sovrano temporale rifiutando di guidare la Chiesa sul piano spirituale;6
- ordinasse qualcosa di contrario al diritto divino o naturale;7
- cessasse di osservare le norme stabilite per l’ordine comune della Chiesa;8
- volesse sovvertire tutte le cerimonie ecclesiastiche fondate sulla Tradizione apostolica;9
Ci limitiamo a richiamare l’attenzione di chi legge su quest’ultimo punto. Senza neanche entrare nel merito della riforma liturgica di Paolo VI, ricordiamo soltanto che essa ha costituito il totale e radicale sconvolgimento dei riti di tutti i sacramenti, sacramentali e cerimoniali appartenenti alla Chiesa Romana, non importa quanto fossero antichi e venerabili (basti dire che sono state toccate le parole della consacrazione nel Canone della Messa, di sicura origine apostolica, per non dire divina). In non pochi casi ciò è avvenuto attraverso non il cambiamento, ma l’annullamento: certe forme sono cioè state semplicemente abbandonate, come l’intera dimensione rituale dei rapporti tra Chiesa e nobiltà romana, tra Chiesa e Stato, che attestava in modo eminente la romanità della Chiesa Cattolica e la regalità sociale di Nostro Signore.
Come non vedere in questa smania di azzeramento liturgico un vero e proprio sovvertimento di «tutte le cerimonie fondate sulla Tradizione apostolica»? Come non scorgervi il prurito della rottura, anziché la fisiologia del rinnovamento? Troppo severo questo giudizio? Si rilegga Paolo VI a proposito della riforma:
«Perdiamo la loquela dei secoli cristiani, diventiamo quasi intrusi e profani nel recinto letterario dell’espressione sacra, e così perderemo grande parte di quello stupendo e incomparabile fatto artistico e spirituale, ch’è il canto gregoriano. Abbiamo, sì, ragione di rammaricarci, e quasi di smarrirci: che cosa sostituiremo a questa lingua angelica? È un sacrificio d’inestimabile prezzo. E per quale ragione? Che cosa vale di più di questi altissimi valori della nostra Chiesa? La risposta pare banale e prosaica; ma è valida; perché umana, perché apostolica. Vale di più l’intelligenza della preghiera, che non le vesti seriche e vetuste di cui essa s’è regalmente vestita».10
Ipse dixit.
Vincenzo Gubitosi
- 1
Cfr., tra i tanti contributi: Né scismatici, né disobbedienti; Obbedienza astratta e obbedienza concreta; Scismatici o semplicemente cattolici?
- 2
Summa Theologiæ, IIª-IIæ, q. 39
- 3
Cfr. C. Journet, L’Église du Verbe Incarné, Desclée de Brouwer, Friburgo 1962, pp. 839 ss.
- 4
AA. VV., Al servizio della Chiesa. Le consacrazioni episcopali della Fraternità San Pio X, Edizioni Piane, Casale Monferrato 2026, p. 37.
- 5
Cfr. Gaetano, Commentaria in Summam Divi Thomæ, super IIª-IIæ, q. 39, art. 3: «præsumeret excommunicare Ecclesiam»; F. Suarez, De caritate, disp. XII, sectio 1, n. 2: «ut si tentaret totam Ecclesiam excommunicare».
- 6
Cfr. Gaetano, ivi: «in spiritualibus».
- 7
Cfr. J. de Torquemada, Summa de Ecclesia, pars I, L. IV, cap. 11: «præcipiendo ea quae naturali aut divino iuri contraria sunt».
- 8
Ibidem: «Quia sicut possit incidere in hæresim ita in inobœdientiam, et pertinacem inobservantiam eorum quae ordinata sunt ad communem statum Ecclesiæ».
- 9
Cfr. F. Suarez, ivi: «si vellet omnes Ecclesiasticas cæremonias apostolica traditione firmatas, evertere»; Gaetano, ivi; J. de Torquemada, ivi.
- 10
Paolo VI, Udienza generale, 26 novembre 1969.