Obbedienza «astratta» e obbedienza «concreta»

Fonte: Distretto d'Italia

Il lavoro del teologo è difficile. La teologia è una disciplina complessa, non solo a causa del suo oggetto, Dio stesso, che l’uomo può comprendere solo indirettamente e per analogia, ma anche a causa della materia che tocca, che si estende praticamente a tutto ciò che esiste, in quanto è riferibile a Dio. Per possedere la teologia occorrono lunghi anni di studio, prima della filosofia scolastica, e poi della teologia in quanto tale. Chi si improvvisa teologo, molto spesso cade nel famoso adagio di Socrate, ma al contrario: Meno so, e più pretendo di sapere.

Si obietta alla Fraternità di non aver praticato l’obbedienza «astratta». Mi spiego meglio: poiché il Papa ha comandato alla Fraternità di compiere un atto che, considerato astrattamente e dal solo punto di vista dell’oggetto morale, è buono o indifferente (astenersi dalle consacrazioni episcopali del 1° luglio), la Fraternità avrebbe comunque dovuto ubbidire, nonostante lo stesso atto, considerato concretamente e nella sua totalità, possa essere cattivo (in quanto conduce inevitabilmente all’accettazione del Vaticano II e della nuova liturgia). È veramente così?

L’oggetto dell’obbedienza è un atto concreto, non astratto

Secondo San Tommaso, l’oggetto della legge sono gli atti umani che «consistono in fatti singolari e contingenti» (II-II, q. 120, a. 1), cioè gli atti umani concreti, poiché il concreto è singolare e contingente, mentre l’astratto è universale e necessario. In altre parole, la legge impone di compiere un’azione ben precisa, che si svolge qui ed ora, con tutte le circostanze che la rivestono.

Ora, l’oggetto dell’obbedienza è il precetto (II-II, q. 104, a. 2). Il precetto differisce dalla legge solo in questo: che la legge è sempre indirizzata ad una comunità, mentre il precetto può essere rivolto anche a un singolo individuo. Quindi anche l’obbedienza, come la legge, ha per oggetto un atto umano concreto.

La ragione è molto semplice. L’atto umano astratto nella realtà non esiste. Si tratta appunto di un’astrazione, cioè di un’operazione del nostro intelletto mediante la quale si separano aspetti che nella realtà sono invece inseparabili. 

Spieghiamoci meglio con un esempio. Tutti gli uomini hanno la natura umana. Ma la natura umana, nella realtà, non esiste. Non esiste da sola, non ha un’esistenza autonoma. Come tale, esiste solo nella nostra mente. Ciò che esiste nella realtà, è l’uomo, cioè la natura umana concreta, inscindibilmente unita e inseparabile da ciò che ci rende individui. Per gli atti umani vale lo stesso principio. L’atto umano astratto, cioè considerato dal solo punto di vista dell’oggetto morale, nella realtà non esiste. Non esiste, per esempio, l’uccisione di uomo e basta. Esiste l’uccisione di un uomo rivestita di tutte le sue circostanze (la persona uccisa era un innocente? un ingiusto aggressore? il nemico in una guerra giusta? ecc.), circostanze che, appunto, rendono l’atto umano concreto.

Ed è proprio questo atto umano concreto che la legge o il precetto comandano. Di conseguenza, per determinare la liceità o meno di un precetto (e quindi dell’obbedienza che gli è dovuta), dobbiamo valutare la moralità dell’atto umano concreto che il precetto comanda.

La moralità di un atto umano concreto non è data solo dall’oggetto morale, ma anche dalle circostanze

Prima di andare avanti, si impone un’importante precisazione. Che cosa s’intende per atto astratto ed atto concreto? La moralità di un atto umano è data da due elementi: l’oggetto morale e le circostanze (la più importante delle quali è il fine di colui che agisce). Senza dilungarci in lunghe spiegazioni, che qui sarebbero fuori luogo, basti dire che l’oggetto morale è ciò a cui l’atto umano tende per sua natura e che ne costituisce l’aspetto morale primario (per esempio, camminare), mentre le circostanze sono quegli aspetti morali che si presentano come accessori rispetto all’aspetto primario (per esempio, camminare per andare a commettere un furto, camminare per ricrearsi, ecc.).

Ora, per atto umano astratto si intende l’atto umano considerato dal solo punto di vista dell’oggetto morale, facendo appunto astrazione dalle circostanze. Per atto umano concreto si intende l’atto umano considerato dal punto di vista sia dell’oggetto morale che delle circostanze.

Spieghiamoci con un esempio. Marco sta camminando. Questa azione è buona o cattiva? Astrattamente parlando, cioè dal solo punto di vista dell’oggetto morale, si tratta di un atto indifferente: camminare non è né buono né cattivo. Ma, in concreto, l’atto si svolge in determinate circostanze. Se Marco cammina per andare a rubare, il suo atto è cattivo. Se invece cammina per svagarsi un po’, il suo atto è buono. Facciamo un altro esempio. Maria fa l’elemosina. L’elemosina, se teniamo conto solo dell’oggetto morale, è una buona azione. Ma se Maria facesse l’elemosina solo per farsi vedere, cioè per vanagloria, allora l’atto concreto sarebbe cattivo: Maria commetterebbe un peccato. Vale infatti il principio bonum ex integra causa, malum ex quocumque defectu. Perché un atto morale concreto sia buono, occorre che tutti gli elementi che lo compongono (oggetto e circostanze) siano buone, mentre basta che anche uno solo di questi elementi sia cattivo perché anche l’atto nel suo insieme sia cattivo.

Abbiamo visto sopra che l’obbedienza ha per oggetto un atto umano concreto. Di conseguenza, se l’atto concreto comandato è buono, si deve obbedire, mentre se è cattivo si deve disobbedire. Il discorso è chiaro. E allora perché San Tommaso e gli altri teologi dicono che la disobbedienza è possibile solo se l’atto comandato è cattivo in sé?

La circostanza che modifica la moralità dell’oggetto diventa parte integrante dell’oggetto stesso

Apparentemente, quando si parla di atto cattivo in sé, si è portati a pensare all’atto considerato dal punto di vista del solo oggetto morale, astraendo dalle circostanze: in altre parole, all’atto umano astratto. In realtà le cose non stanno così. Cattivo in sé non è sinonimo di intrinsecamente cattivo o di cattivo a causa dell’oggetto. Si tratta di termini analogici, il cui significato va determinato a partire dal contesto. Se si sta parlando di un atto concreto, come è il caso degli atti comandati dall’obbedienza, è chiaro che in sé va riferito alla moralità dell’atto concreto, che è determinata anche delle circostanze.

Ma esiste una spiegazione più profonda, ed è San Tommaso a darla: 

«Il processo della ragione non è determinato a un unico termine, ma, dato qualunque punto, può sempre procedere oltre. Perciò, ciò che in un atto è considerato come una circostanza aggiunta all’oggetto che determina la specie dell’atto, può a sua volta essere considerato dalla ragione, nel suo ordinare, come una condizione principale dell’oggetto che determina la specie dell’atto. Così, l’appropriarsi di una cosa altrui riceve la sua specie dal fatto che la cosa appartiene a un altro: è infatti questo che costituisce la specie del furto. Se poi si considera anche il luogo o il tempo, questi hanno carattere di semplici circostanze. Ma poiché la ragione può anche ordinare riguardo al luogo, al tempo e ad altre condizioni simili, può accadere che la condizione del luogo, riferita all’oggetto, venga considerata contraria all’ordine della ragione; ad esempio, la ragione prescrive che non si debba arrecare offesa in un luogo sacro. Perciò, sottrarre una cosa altrui da un luogo sacro aggiunge una speciale contrarietà all’ordine della ragione. Di conseguenza, il luogo, che prima era considerato una circostanza, ora è considerato una condizione principale dell’oggetto in quanto contrario alla ragione. E in questo modo, ogni volta che una circostanza riguarda uno speciale ordine della ragione, in senso favorevole o contrario, è necessario che quella circostanza conferisca la specie all’atto morale, rendendolo specificamente buono o specificamente cattivo» (I-II, q. 18, a. 10).

Riassumendo e semplificando: quando un atto moralmente indifferente a causa dell’oggetto diventa buono o cattivo a causa delle circostanze, e quando un atto buono a causa dell’oggetto diventa cattivo a causa delle circostanze, «le circostanze diventano parte integrante dell’oggetto morale e, pertanto attribuiscono all’atto la sua moralità primaria in senso proprio». Soltanto negli altri casi (cioè quando un oggetto buono o cattivo a causa dell’oggetto diventa più buono o più cattivo a causa delle circostanze, oppure quanto un atto buono o cattivo a causa dell’oggetto riceve dalle circostanze una bontà o una malizia specificamente diversa) «le circostanze conservano il loro carattere di accidente» (M.D. Prümmer, Manuale theologiae moralis secundum principia S. Thomae Aquinatis, Friburgo in Brisgovia, 1961, t. I, n. 119).

La conclusione è evidente. Nei primi due casi le circostanze entrano a far parte dell’oggetto dell’atto, e di conseguenza ne determinano la moralità in sé: l’atto, rivestito delle sue circostanze e a causa di esse, è buono o cattivo in sé, e non solo accidentalmente. Negli ultimi due casi, invece, le circostanze aggiungono una bontà e una malizia puramente accidentali.

 

L’atto morale concreto comandato dal Papa alla Fraternità San Pio X, cioè astenersi dalle consacrazioni episcopali, è cattivo in sé e quindi non può essere oggetto di obbedienza

Prendiamo il caso di padre Pio. Al noto frate cappuccino fu comandato, per esempio, di astenersi dalle confessioni e di non intrattenere più rapporti coi suoi figli spirituali. Questi atti, considerati dal punto di vista dell’oggetto, sono indifferenti. Considerati dal punto di vista delle circostanze, non c’è niente che li renda cattivi. Proibire le confessioni e la direzione spirituale sarebbe stato un ordine cattivo solo qualora i fedeli non avessero potuto facilmente rivolgersi a un altro sacerdote di sicura dottrina cattolica. Ma, almeno all’epoca, non era questo il caso. Di conseguenza, l’ordine ricevuto da padre Pio non aveva niente di cattivo in sé e doveva essere obbedito, anche se il superiore, nel darlo, ha forse peccato (dico forse, perché nessuno può giudicare le intenzioni) per imprudenza o per risentimento personale.

Le consacrazioni del 1° luglio si collocano su un piano completamente diverso. Alla Fraternità San Pio X è stato comandato di astenersi dalle consacrazioni episcopali. Questo atto, dal punto di vista dell’oggetto, è moralmente indifferente. Fare o non fare delle consacrazioni, senza tener conto delle circostanze, non è né buono né cattivo. Se invece teniamo conto delle circostanze, l’atto diventa cattivo, poiché, come abbiamo esposto più ampiamente nel nostro articolo Né scismatici né disobbedienti, conduce necessariamente all’accettazione degli errori del Vaticano II e del postconcilio. Ora, quando un atto moralmente indifferente a causa dell’oggetto diventa cattivo a causa delle circostanze, le circostanze stesse – come abbiamo visto – diventano parte integrante dell’oggetto morale. Astenersi dalle consacrazioni episcopali nella situazione presente è dunque un atto cattivo in sé, che il Papa non poteva comandare e al quale la Fraternità non poteva obbedire.

Del resto, se fosse vero, come pretende un nostro critico, che bisogna obbedire a qualunque ordine non cattivo in astratto, si giungerebbe a conclusioni assurde. 

Facciamo un esempio. Fare una transazione in banca è, astrattamente parlando, un atto indifferente. Diventa buono o cattivo a seconda delle circostanze: se, per esempio, sto spostando i miei soldi da un contro all’altro, l’atto è buono; se invece sto spostando soldi rubati su un conto off-shore, è un atto cattivo. Secondo il nostro critico, se un vescovo comandasse a un suo sacerdote di trasferire del denaro riciclato su un conto alle isole Cayman, questi dovrebbe obbedire, perché l’atto di compiere una transazione bancaria, considerato in sé e astrattamente (cioè dal solo punto di vista dell’oggetto), è moralmente indifferente.

Altro esempio. Ricevere la santa Comunione è un atto buono dal punto di vista dell’oggetto. Però chi si comunica in stato di peccato mortale compie un sacrilegio, cioè un atto cattivo. Secondo il nostro critico, se un vescovo comandasse a un fedele in stato di peccato mortale di ricevere comunque l’Eucaristia, questi dovrebbe obbedire, perché l’atto in sé, senza tener conto delle circostanze, è buono. La cosa si commenta da sé.

Del resto, vorremmo sommessamente far notare che molti dei siti internet che attaccano la Fraternità non si fanno alcuno scrupolo nel criticare certi insegnamenti dello scorso pontificato, che pure hanno carattere di atti magisteriali (per esempio, l’ammissione dei divorziati risposati alla comunione dopo un percorso di riconciliazione o la benedizione delle coppie omosessuali). Anche questa è disobbedienza? Se fosse vero che «obbedendo non si sbaglia mai», dovrebbero almeno tacere.

Quanto alla profezia contro Mons. Lefebvre attribuita a padre Pio, non vale nemmeno la pena di soffermarvisi. A parte che in teologia speculativa (non in apologetica) la provocatio ad miraculum denota una totale mancanza di argomenti, l’episodio è totalmente apocrifo, come è stato ampiamente dimostrato qui.  Sfido chiunque a provare il contrario. 

don Daniele Di Sorco