Se la passività sia la posizione migliore davanti alla crisi nella Chiesa
Il prof. Roberto de Mattei, con il suo intervento Di fronte alle consacrazioni episcopali del 1° luglio 2026 (Corrispondenza Romana del 24 giugno 2026), si è espresso in merito alle annunciate consacrazioni episcopali senza mandato pontificio della Fraternità San Pio X che avranno luogo, a Dio piacendo, a Écone. Premettiamo di aver sempre nutrito profonda stima nei confronti di un intellettuale che nella sua vita ha onorato il nome cattolico e la Santa Chiesa, e non vogliamo avere alcuno sterile intento polemico, ma pensiamo che il confronto mosso dall’amore di Nostro Signore, specie in un simile momento, sia doveroso per aiutare il discernimento.
Ci sia consentito dire che quella espressa dal prof. de Mattei ci sembra una non posizione che rischia paradossalmente di portare acqua al mulino del modernismo imperante. Prima di tutto una nota: l’articolo si intitola Di fronte alle consacrazioni episcopali, ma il corpo del testo in realtà non affronta la questione canonica delle consacrazioni senza mandato, concentrandosi sullo stato di necessità.
Per esigenze di chiarezza, esponiamo dapprima il virgolettato che di volta in volta andiamo a commentare:
- «È evidente che questa valutazione [sull’accertamento dell’esistenza o meno dello stato di necessità, ndr] non può essere rimessa al giudizio della stessa Fraternità San Pio X. Se così fosse, si dovrebbe concludere che lo stato di necessità cessa quando la Fraternità ritiene che sia cessato, attribuendole di fatto un potere di giudizio sulla Santa Sede incompatibile con la costituzione gerarchica e visibile della Chiesa. Si verrebbe così a creare una situazione nella quale un soggetto particolare si erge a criterio ultimo di valutazione dell’operato dell’autorità suprema».
Due osservazioni preliminari:
- l’autorità suprema è essa stessa causa della crisi. Di conseguenza, salvo miracoli morali, e a vista umana, non ci si può attendere un giudizio veritativo sulla crisi da parte di chi l’ha innescata o la mantiene in essere;
- segue a questo punto un importante duplice interrogativo: se l’autorità non accerta la crisi, a nessuno è lecito farlo? E se è vero – com’è vero – che agli inferiori è consentito, a determinate condizioni, correggere i superiori, per quale motivo questa «valutazione dell’operato dell’autorità suprema» sarebbe fondata nella Fraternità San Pio X, e non nelle verità già definite infallibilmente dalla Chiesa?
Pare insomma che ci sia il rischio, in questa ricostruzione, di fare dell’autorità il criterio fondante della verità, con una inversione logica tipica del positivismo giuridico, niente di più lontano, invero, dalle idee del prof. de Mattei.
Una massima diffusa tra coloro che riconoscono l’attualità di una crisi nella Chiesa cattolica, dice: “la crisi non si può dimostrare, ma soltanto mostrare”; volendo con ciò sottolineare la natura di evidenza della crisi. L’evidenza, infatti, si oppone tanto alla fede quanto alla dimostrazione: la sua caratteristica è d’imporsi all’intelligenza per se stessa, senza richiedere un assenso fideistico né uno studio particolare. Quindi un’evidenza, per definizione, non richiede «l’accertamento», perché è di per sé criterio ultimo della certezza. Per chiunque. È evidente che la gerarchia ecclesiastica contraddice da decenni, su numerosi punti anche di valore dogmatico, il Magistero di sempre; è evidente il silenzio dei più alti gradi della gerarchia di fronte agli scandali di portata internazionale che si susseguono nei campi più disparati: dalla liturgia, alla morale familiare e sessuale, alla bioetica…; è evidente che nel mondo vengono ordinati sempre meno sacerdoti, al punto che innumerevoli diocesi devono accorpare le parrocchie sotto la direzione di un solo parroco per mancanza di ministri; è evidente che molti (dei pochi) sacerdoti che esercitano il ministero predicano in larga misura una dottrina che poco o niente ha a che fare con il cattolicesimo. E sarebbe superfluo continuare…
Non è dunque la Fraternità San Pio X a ergersi a criterio di valutazione dell’autorità suprema, ma l’evidenza dei fatti mostra a ogni fedele che la Chiesa attraversa una crisi. Papa San Niccolò I, nell’865, formulò il famoso principio PrimaSedes a nemine judicatur, che il grande giurista Graziano, nel suo Decreto, interpretava con la seguente precisazione: «Non est judicandus, nisi deprehenditur a fide devius» (Non dev’essere giudicato, a meno che si allontani dalla fede), perché – per i canonisti medievali era pacifico – «chi non crede è già giudicato» (Gv 3, 18).
- «Se il principio dello stato di necessità fosse ammesso come criterio generale di azione, ogni vescovo che giudicasse la Chiesa attraversata da una crisi grave potrebbe sentirsi autorizzato, o persino moralmente obbligato, a consacrare altri vescovi senza mandato pontificio per assicurare la continuità della fede e dei sacramenti. La conseguenza sarebbe una proliferazione di giurisdizioni parallele e di episcopi vagantes dispersi nel mondo, con inevitabili effetti di frammentazione, disordine e confusione per gli stessi fedeli che si vorrebbero proteggere».
Impostare la riflessione in questo modo è analogo a dire che Dio non può permettere una crisi così grave perché troppe anime si perderebbero. Eppure l’evidenza è qui che la mostra. Contra factum non fit argumentum. Cosa s’intende poi per «criterio generale di azione»? Se lo stato di necessità è generale, la reazione non può essere che generale: ma la responsabilità di «frammentazione, disordine e confusione» non può ricadere sui vescovi che decidono di usare la propria grazia episcopale per dare alle anime dottrina e sacramenti certamente cattolici; la responsabilità ricade su chi ha causato la crisi o, potendo porvi fine, non fa nulla.
- «E tuttavia questo argomento [lo stato di necessità, ndr], così fragile sul piano teologico e canonico, si presenta come il più forte sul piano pastorale».
Facciamo fatica a capire perché lo stato di necessità viene definito un argomento fragile sul piano teologico e canonico, quando è proprio il diritto canonico, fondato sulla suprema lex teologica della salus animarum, a consacrarlo come causa di non imputabilità di quello che, fuori della necessità, sarebbe un delitto. Stiamo parlando di una categoria che è affrontata da tutta la tradizione teologico-canonistica, da San Tommaso d’Aquino, a Suarez, Bellarmino, Naz, Palazzini, Cappello… come le Edizioni Piane hanno cercato di mettere in luce con la pubblicazione di Al servizio della Chiesa. Le consacrazioni episcopali della Fraternità San Pio X.
- «In questa situazione confusa, l’unico consiglio sensato che si può dare agli incerti è di attenersi al principio della logica e del diritto, che dice: In dubiis standum est pro statu quo, donec ratio certa contrarium persuadeat («Nelle situazioni dubbie bisogna attenersi allo stato delle cose attuali, finché una prova certa non dimostri il contrario»). La ragione suggerisce che ognuno rimanga al posto in cui si trova, continuando a fare quello che fa, evitando di lasciarsi trascinare in polemiche sterili e proclami emotivi, che hanno il solo risultato di riaprire antiche ferite e di versare aceto sulle piaghe della Chiesa».
Ma eccoci al vero punctum dolens. Ci sia consentito sollevare una questione di traduzione: l’espressione statu quo, alla luce della funzione del principio richiamato, sembrerebbe doversi tradurre come “stato di cose precedenti” anziché “di cose attuali”. Soprattutto se l’applicazione che se ne deve fare è legata al contesto ecclesiastico, dove la differenza tra ciò che era e ciò che è, in termini di Magistero, può segnare una distanza in certo modo infinita. Lo stesso prof. de Mattei lo rilevava puntualmente nella sua pregevolissima Apologia della Tradizione, ricordando che «il criterio della verità si fonda cu ciò che, secondo la celebre formula di san Vincenzo di Lérins, è trasmesso ovunque, in ogni tempo e da tutti, “quod ubique, quod semper, quod ab omnibus”» (Lindau 2014, p. 99). Il criterio della Tradizione non ci àncora al presente, ma al passato, per saper navigare nel presente senza lasciarci travolgere dai flutti.
Suggerire, proprio oggi, in un momento cruciale come questo, «che ognuno rimanga al posto in cui si trova, continuando a fare quello che fa», appare come un invito alla passività, più che alla prudenza. Chi, in questi mesi, si sta interrogando sulla strada da intraprendere – sulla scelta di campo tra i sacramenti di sempre e il loro annacquamento modernistico, sul doppiopesismo usato nel trattamento tra Fraternità San Pio X e sètta anglicana, tra lo scisma tedesco più o meno sotterraneo e la legittima resistenza di chi richiama un’Autorità che non pasce più il gregge di Cristo – chi, dicevamo, si sta dolorosamente interrogando sul dilemma più lacerante per un’anima cattolica, ossia se per salvare la propria anima sia prudente oggi seguire i vertici della Chiesa, cosa deve fare? Restare fermo? Chi è martoriato in parrocchia da prediche “inclusive”, abusi liturgici e confessioni “tanto Dio perdona a tutti”, è invitato a restarci? Chi sta passando dalla miseria del Novus Ordo Missæ allo splendore della Messa di sempre, deve fare marcia indietro? Il padre di famiglia che è chiamato a scegliere, per i propri figli, tra il campo estivo degli Scout Agesci LGBTQIA+ e i campi della Fraternità San Pio X, come dovrebbe regolarsi? È meglio lasciarsi distruggere la fede e corrompere la prole con il bollino della regolarità canonica, perché oggi chi crede ancora nell’inferno rischia la scomunica?
Le ferite sono antiche ma ancora aperte, e, lo ribadiamo, non per colpa di chi all’aceto dell’errore preferisce il balsamo della verità.
È vero, senza ombra di dubbio, che «nessuna vera e definitiva soluzione ai gravi problemi che affliggono il Corpo Mistico di Cristo potrà essere trovata al di fuori del Romano Pontefice o contro di lui». E la Fraternità San Pio X è qui a ricordare proprio questo.
Citiamo ancora, in conclusione, una pagina scritta dal prof. de Mattei ormai 15 anni fa, ma straordinariamente attuale proprio in questi giorni:
«Un nuovo Sillabo, o una nuova Professio fidei, correlata dalla condanna degli errori correnti, appare oggi sempre più necessaria ed urgente. Ma questo non basta. È necessario che il Supremo Pastore eserciti in tutta la potenza ed ampiezza non solo il potere di Magistero, ma anche il potere di governo […]. La sua potestas ecclesiastica deve essere esercitata, oltre che con il Magistero, attraverso l’applicazione di sanzioni penali contro tutti coloro che rifiutano la Tradizione e mettono in discussione la Verità rivelata, come fecero, tra i tanti, i suoi santi predecessori, Pio V, Pio IX e Pio X. Come semplici fedeli, membri del Corpo Mistico, ci rivolgiamo al Pastore dei Pastori oggi regnante per chiedergli di “non fuggire davanti ai lupi” e di confermarci nella fede, adempiendo pienamente alla sua missione. […] Eppure, se anche il Vicario di Cristo tacesse, lo Spirito Santo non cesserebbe mai di assistere, neppure per un momento, la sua Chiesa in cui, anche nei tempi di defezione della fede, una porzione, sia pure esigua, di Pastori e di fedeli continuerà sempre a conservare e trasmettere la Tradizione. […] La storia serve a ricordarci che ciò che è accaduto ieri può ripetersi oggi e che, ieri come oggi e domani, una sola rimane la regola nei tempi di crisi e di difficoltà per la Chiesa: la fedeltà alla Tradizione, che è la fedeltà alle Verità consegnate da Cristo alla sua Chiesa con queste parole: “Il cielo e la terra passeranno ma le mie parole non passeranno” (Mt. 24,35)» (R. de Mattei, Apologia della Tradizione, Lindau 2014, p. 150 e quarta di copertina).
Vincenzo Gubitosi